Con il racconto di Corfù inauguro una sezione che si aggiunge ai passi del Viaggio.

 Assaporare l’Ascolto è un invito ad un abbraccio simbiotico con il sentiero che si sceglie di percorrere.

Come con una persona di cui stiamo facendo conoscenza, e verso la quale sentiamo che stiamo inevitabilmente cadendo in amore: un piacere di rara bellezza l’avvicinarsi reciproco che allarga i confini del mio giardino e del suo.

Da quando, molto piccola, ho iniziato a viaggiare – con i miei genitori prima, e molto presto anche da sola – mi sono abituata a prepararmi al viaggio cercando testi che mi raccontassero, in un’anticipazione molto simile alla preparazione degli ingredienti di una ricetta, stralci di vita (reale o romanzata, la vita non fa differenza fra palco e platea) del paese con il quale stavo letteralmente per andare in sposa.

Perché questo è l’inevitabile modo in cui un luogo diventa per me – assonanza di parole non potrebbe calzare meglio – abitabile:

innamorarsi.

Anche solo di un neo, di un dettaglio capitato quasi per caso lungo una strada cittadina, un resto di vita marina che incrocia i miei piedi sulla spiaggia, l’angolo di un locale dove chi vive il quotidiano offre alla vista testimonianza del proprio abitare,

mi innamoro, sempre e comunque.

Ed è proprio così: come nelle relazioni sentimentali si dice che ognuno ci è maestro, ogni viaggio è un nuovo innamorato che si prepara senza saperlo a versare nelle nostre mani aperte a coppa il succo distillato del suo insegnamento.

La mia famiglia e altri animali

di Gerald Durrell





Un libro letto inconsapevolmente anni prima, quando, da piccola amante degli animali, non sapevo che un giorno sarei approdata via mare sull’isola dove il naturalista Gerald Durrell, ragazzino decenne, trascorre alcuni anni con i fratelli, la madre e un’altra famiglia acquisita, quella degli animali incontrati lungo la sua strada meravigliata e meravigliosa di bambino isolano.

Incontri che dipingeranno tatuaggi lieve sulla sua epidermide interiore, e lieviteranno fino a portarlo alla scelta (o “non scelta”: cos’è l’ inevitabile?) di dedicare la propria vita alla Natura.

Il nostro greco quotidiano

di Janni Pietro




Corfù, o Κέρκυρα.
Ho sempre amato viaggiando in Grecia, leggere i caratteri della lingua greca,
studiata nella sua veste antica al liceo classico.
E’ bello riuscire ad avvicinarsi almeno un po’ agli strumenti comunicativi dei luoghi attraversati, e risalire all’origine delle parole che usiamo quotidianamente diventa un’esperienza entusiasmante come tirare per la prima volta l’acqua da un pozzo profondo.

Molte delle parole che spiccano il volo dalle nostre labbra nascono dall’antico greco.
Come si legge nel numero 71-72 della rivista Aufidus


Il greco antico può ritenersi certamente una “lingua morta” solo nel senso che si è ormai conclusa la civiltà che ha espresso il suo universo ideologico e valoriale attraverso di essa. 

Una lingua, e la cultura corrispondente, continuano a vivere e a riempire di significato le nostre azioni quotidiane, anche se spesso a livello conscio non ne siamo consapevoli.

[…] nel ricchissimo patrimonio lessicale della lingua italiana sono presenti numerosi grecismi, parole cioè di derivazione e di provenienza greca. Tali termini sono usati in ambito specialistico (biologico, medico, botanico, giuridico ecc.), ma in gran copia sono diffusi anche nella lingua quotidiana della conversazione e nel linguaggio dell’informazione dei mass media. Il loro uso sta a testimoniare la permanenza del greco nella nostra lingua. 
[…]
Il recupero dell’etimo della parola italiana permette di evidenziarne lo spessore ideologico e la pregnanza semantica, correggendo l’atteggiamento spesso consumistico e banalizzante che si assume nei confronti delle parole di cui facciamo largo uso nella conversazione quotidiana. 
Spesso un vocabolo usato in svariati e molteplici contesti subisce un processo di appiattimento perdendo la sua pertinenza semantica; esso per “troppo” significare esaurisce le proprie risorse espressive arrivando a significare “poco”; un’esuberanza di polisemia provoca la frantumazione semantica della parola. 

….quello che riguarda l’uso di una lingua può estendersi anche ai significati che diamo alle esperienze più importanti che viviamo: ciò che un tempo era considerato un rito di passaggio, o un evento con un profondo significato spirituale, viene spesso vissuto ora come un prodotto di largo consumo, spogliato di qualsiasi connotazione profonda, e oggetto di riciclo continuo.
Penso alle relazioni fra gli esseri umani, al loro entrare in intimità, al condividere spazi di sé che sono scrigni preziosi.

Il libro di Janni Pietro può essere comunque anche soltanto un’interessante fonte di conoscenza dell’etimologia delle parole italiane di largo uso; la conoscenza delle radici, in ogni ambito, porta sempre all’intensificazione dell’esperienza del vivere.







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