Assaporare l’Ascolto – Procida

Assaporare l’Ascolto – Procida

Ancora prima di incontrare l’isola di Procida, ho fatto conoscenza con uno dei suoi ritratti più intensi: L’isola di Arturo, il superbo romanzo di Elsa Morante ambientato nell’isola.

 

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L’Isola di Arturo, di Elsa Morante – Ed. Einaudi

Per parlare della scrittura di Elsa Morante devo fare un profondo respiro, e unire i palmi delle mani nel segno del gassho, esprimendo la mia gratitudine per un talento così grande, che dona frutti prelibati: le parole concepite da una delle narratrici italiane più raffinate scorrono come alghe fluttuanti, richiamandosi l’un l’altra con molteplici, liquidi, echi.

L'isola di Arturo
Ritratto di Elsa Morante

Elsa Morante nasce a Roma nel 1912, e inizia molto presto a scrivere poesie, filastrocche, racconti brevi, fino a estendere la propria scrittura, in età adulta, alla forma del romanzo.

Quando Elsa Morante incontra lo scrittore Alberto Moravia, si unisce in matrimonio con lui vivendo una relazione tormentata come le sue parole spiraliformi.

L’amore e l’interesse per il cinema si tradurranno in alcuni progetti che la vedono collaborare con alcuni grandi registi italiani dell’epoca, come Lattuada, Zeffirelli, e soprattutto l’amico (suo e di Alberto Moravia) Pier Paolo Pasolini. 

Il romanzo L’isola di Arturo (1957) è ambientato nell’Italia degli anni ’40 del 1900, nel meridione più arcaico, quello isolano.

Arturo Gerace, orfano di madre umana, è profondamente figlio dell’isola di Procida, che per lui è, semplicemente: lisola. Un appellativo asciutto, essenziale, come Procida e i suoi abitanti, ruvidi come il vulcano nel quale l’isola affonda le sue origini.

Fin da bambino Arturo nutre un altare interiore: quello dove vive l’immagine del padre, davanti al quale il bambino imberbe e il ragazzino sfiorato dai primi turbamenti si inchinano devoti.

Wilhelm, sangue misto di madre tedesca e padre italiano, interpreta alla perfezione il ruolo di figura mitologica che il figlio gli ha assegnato: sfuggente, inquieto, irraggiungibile, ha uno sguardo penetrante e cieco di fronte all’amore incondizionato del figlio, che gli tende senza sosta braccia che non verranno mai avvolte in un abbraccio paterno.

Sullo sfondo, e tutt’intorno ad Arturo, l’isola di poche parole e il suo mare, ponte verso un altrove immaginato e vagheggiato attraverso le ripetute fughe del padre verso terre ignote, profumate di avventura e libertà.

L’arrivo di Nunziatella, la sposa bambina del padre, dal nome e dai capelli riccioluti, porgerà all’animo di Arturo una cesta di frutta dal profumo irresistibile, e dal gusto sconosciuto e inaccessibile.

Nel romanzo di Elsa Morante ho ritrovato il carattere schivo e sobrio di Procida, la sua attitudine lenta nello sprigionare il suo profumo e farsi conoscere. Nelle parole cesellate de L’Isola di Arturo ho riconosciuto la chioma incolta di Procida, la sua voce roca, la malinconia di cieli nuvolosi, e il carattere brusco del suo mare, un Mediterraneo livido e spesso arrabbiato.

L’isola di Arturo è libro da leggere a Procida. Da centellinare, come un liquore dolce e voluttuoso gustato mentre si ascolta il ruggire violaceo del mare al tramonto.

 

“E si allontanava nuotando lento lento, quasi abbracciato al mare, al mare come a una sposa”

(L’isola di Arturo – Elsa Morante)

L'isola di Arturo
La schiena del mare, il ponte verso

 

 

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