Io e Aurore arriviamo ad Agadir in serata, dopo un viaggio in pullmann di circa tre ore da Marrakech.

In viaggio da Marrakech ad Agadir

Lungo il viaggio ho occasione di osservare il paesaggio, aspro e dal sapore forte, e i passeggeri che viaggiano con me: siamo su un pullmann “premium” (nell’orario in cui volevamo viaggiare c’era solo questo, la differenza di prezzo è minima, e riceviamo in omaggio una bottiglietta d’acqua, uno snack, un giornale, e il privilegio della sala d’attesa dedicata alla stazione dei bus), dove viaggiano persone più abbienti. Noto in particolare due ragazze, dedite ai loro rispettivi cellulari (come salva schermo la ragazza seduta davanti a me ha salvato un suo ritratto piuttosto “glamorous”), fresche di manicure, e molto curate nell’abbigliamento. Una delle due parla al telefono, l’altra si scambia sulla chat di whatsapp messaggi colmi di cuoricini con un’amica.

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Aurore si addormenta, io scrivo, e osservo. Cerco di contattare Abdou, con il quale abbiamo appuntamento alla stazione degli autobus di Agadir: Abdou è originario di una cittadina non lontana da Agadir, e ci raggiungerà lì per conoscerci, e prendere accordi per la nostra partenza in direzione di Mirfleft, il paese nel sud del Marocco dove si terrà il festival di Cinema al quale entrambe prenderemo parte come volontarie e ospiti.

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L’incontro con Lhssen e Abdou ad Agadir

Alla stazione arriverà anche Lhssen, il ragazzo di Couchsurfing che ci ha offerto ospitalità a casa della sua famiglia.

Arriviamo un po’ stanche, accolte da un forte vento. Ricevo una chiamata di Abdou, che ci aspetta all’ingresso. Arriva con un amico, anche lui coinvolto nell’organizzazione del festival, e ci mostra soddisfatto le bellissime locandine che hanno appena ritirato: onde del mare che racchiudono le bobine dei film, su fondo color arancio.

Abdou corrisponde all’idea che mi ero fatta di lui attraverso i nostri contatti via mail: cordiale, simpatico, gentile, è un ragazzo dall’aria molto intelligente. Dal suo volto e dai suoi modi di fare traspare il suo background culturale: ha studiato, e per lui la cultura riveste una grande importanza.

Nel frattempo è arrivato anche Lhssen: ci presentiamo l’uno con gli altri, e Abdou e Lhssen sono felici di venire a sapere che entrambi sono membri di Couchsurfing a Marrakech. Per Lhssen questa è la prima esperienza di ospitalità, ed è molto emozionato.

I ragazzi si occupano dei nostri bagagli, e Lhssen chiama un taxi; rimaniamo d’accordo con Abdou di sentirci per confermare la partenza per la sera successiva, e saliamo sul taxi, che ci porta verso la periferia di Agadir, in un punto però non troppo lontano dal centro.

A casa di Lhssen: una splendida esperienza Couchsurfing in Marocco

Lhssen fa strada a me e ad Aurore, invitandoci a entrare in una stanza che ha l’aria di un salotto in stile maghrebino: divani circolari avvolgono il perimetro della stanza, al centro un tavolino basso. Quando Lhssen si allontana per qualche minuto, dopo averci chiesto se abbiamo voglia di un the alla menta, ci chiediamo se questa sarà anche la nostra camera da letto per la notte.

Lhssen torna dopo aver avvisato la madre, e si accomoda con fare timido sul divano centrale; io ed Aurore siamo sedute una a destra, e l’altra a sinistra. Scambiamo qualche parola per rompere il ghiaccio, il che è molto utile per Lhssen, che sembra un po’ in imbarazzo; Lhssen è un ragazzo sui 25 anni, studia turismo, e vive con la mamma e due fratelli, fra i quali lui è il mezzano. Questa, ci rivelerà, è la sua prima esperienza con Couchsurfing, e si capisce che ci tiene a farla funzionare, ed è piuttosto emozionato.

Il the è pronto: Lhssen ce lo serve su un vassoio, accompagnato dall’usuale corredo gastronomico che più tardi ritroveremo ogni mattina per colazione a Mirleft: miele, crema di mandorle condita con olio di argan, olio di oliva, formaggini industriali, marmellata, e, ovviamente, pane: il pane si spezza in piccoli pezzi, da intingere nei piattini delle varie leccornie; non c’è un ordine da seguire per gli “assaggi”: ognuno fa come gli pare, seguendo il proprio gusto personale.

Chiedo a Lhssen se posso fare una foto all’allestimento di questo “aperitivo”, e questa volta sono io ad essere un po’ in imbarazzo: non mi piace fotografare quello che sto mangiando, mi sembra di scivolare verso quell’ossessione della registrazione continua della propria vita che non mi appartiene, e che anzi credo privi dell’esperienza di vivere il momento. Ma qui è diverso: voglio documentare e condividere un frammento caratteristico e importante del paese e delle persone che mi ospitano, e posso farlo attraverso la scrittura e la fotografia, che attingono dal mio vissuto, per poi offrire il proprio frutto allo sguardo personale di chi legge, che farà la sua parte accogliendo, e poi rielaborando la narrazione, secondo la propria visione interiore.

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Ricca merenda con the alla menta a casa di Lhssen
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…cibo zuccheroso molto simile, come aspetto, consistenza e gusto, allo zucchero di canna grezzo.
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Tipica forma di pane marocchino….cotto in casa dalla mamma di Lhssen

 

Il rituale del the alla menta 

Un proverbio tuareg recita:

“Il primo bicchiere è dolce come la vita. Il secondo è forte come l’amore. Il terzo è amaro come la morte”

Viaggiando in Marocco, potrete farne esperienza diretta; quella del the alla menta è una vera esperienza, che col tempo, diventerà una consuetudine, mantenendo intatto il suo fascino, legato soprattutto all’osservazione -mi azzarderei a definirla contemplazione – di chi ve lo servirà. Si tratta infatti di un se proprio rituale, che segue regole precise: il the viene versato sollevando in alto la teiera, e facendo bene attenzione a mirare il bicchierino nel quale viene versato; il liquido dorato (che avrà creato una leggera schiuma) verrà poi riversato nella teiera, per poi tornare ancora nel bicchiere, per un totale di almeno tre travasi. In questo modo, il the viene ossigenato.

 

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Il the alla menta è una bevanda rinfrescante, irrinunciabile per gli uomini del deserto, ma anche corroborante: ordinare “un the alla menta”, in un qualsiasi locale marocchino, significa ricevere (per pochissimi dirham) una bella teiera (petite grand, a seconda della sete) con un bicchierino di vetro smaltato e le zollette di zucchero (da aggiungere, sempre!), per godere l’ebbrezza di avvicinarsi ancora un po’ di più all’essenza di questo  paese dalla bellezza intensa.

Quando Lhssen ci chiede se vogliamo altro the, gli chiedo se è possibile osservare come lo prepara, e magari…. documentare tutto il processo. Lhssen accetta, e lo seguiamo in cucina, un’altra stanza alla quale si accede attraversando il piccolo cortile interno sul cui perimetro si aprono tutte le stanze del piano terreno.

Come si prepara, il the alla menta?

Si scalda la teiera, e se farete un viaggio in un paese arabo, sarà una idea attraente quella di procurarsi la tipica teiera che vi verrà porta ovunque, quando ordinerete un the alla menta.

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…si versa nelle teiera un cucchiaino di the verde in grani…

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…si versa acqua bollente (nella misura di un bicchierino da the) nella teiera, e si fa riposare. A riposo ultimato, si fa ruotare la teiera, perché le foglie di menta vengano pulite e si aprano…

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…si versa l’acqua in un bicchiere; poi si adagiano nella teiera le foglie di the spezzate (perché sprigionino il loro aroma), e si aggiunge lo zucchero; si lascia bollire l’acqua ancora per qualche minuto…

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…e quando è pronto, si versa il the nel bicchierino, e poi nuovamente nella teiera, e ancora nel bicchiere (anche più volte), per mescolare fino in fondo. Il the alla menta, bollente, aromatico e confortante, è pronto per la degustazione e la condivisione di un momento di convivialità rituale.

Khadija, la mamma di Lhssen, dal grande sorriso

Poi arriva un vero e proprio dono: la madre di Lhssen, Khadija, che all’inizio aveva fatto capolino timidamente, entra nella stanza, facendo mostra di quella che, lo capiremo, è l’incredibile allegria che la contraddistingue. Scruta me e Aurore con occhi ridenti, e commenta in arabo con Lhssen, che cerca di tradurci in inglese le sue parole.

A un certo punto scompare, portandosi dietro lo strascico delle sue risate argentine, per riapparire poco dopo con in braccio diverse stoffe, dai colori e dalle fantasie più estrose. Si abbiglia, mostrandoci come una donna araba indossa la lunga veste che avvolge per intero il corpo, fino alla testa, dove diventa anche velo per coprire i capelli e la bocca. Poi ci fa capire che è il nostro turno: ci invita a provare i suoi abiti e i suoi gioielli, e intanto ride forte come se fossimo lo spettacolo più comico al quale abbia mai assistito.

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Io, indossando un caftano della mamma di Lhssen, ritratta da Aurore

Non essendo sicura che gradisca, tengo a freno la mia macchina fotografica, fino a quando non capiamo che invece le fa piacere essere fotografata, e quindi acciuffo un suo ritratto, velata con una stoffa con fantasie floreali turchesi su fondo arancione.

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Khadija

I gioielli della mamma di Lhssen sono meravigliosi, autentici monili berberi antichi: indossarli, poterli osservare da vicino, in una autentica casa marocchina, è una grande fortuna. Kadija ci fa un dono preziosissimo: regala a me e ad Aurore un anello ciascuna; si tratta di gioielli che provengono da Tiznit, una cittadina del sud del Marocco, vicina a dove siamo dirette, famosa proprio per i suoi gioielli d’argento.

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La mattina dopo: a spasso per Agadir

Lhssen ci lascia la sua stanza per il pernottamento: la mattina dopo, quando ci svegliamo, lui dorme ancora della grossa, mentre sua mamma guarda la televisione.

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Dopo non molto però si sveglia, e ci viene offerta la colazione, nel piccolo soggiorno che funge anche da “sala televisione”. Per colazione, oltre alla marmellata, alla crema di mandorle, al burro, serviti con pane e datteri e con l’immancabile the alla menta, ci viene offerto anche un piatto di un cibo molto simile al semolino, che si può anche bere.

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La colazione con il semolino!

La televisione è accesa; sullo schermo scorrono video musicali, e poi la puntata di una telenovela turca, che sembra familiare a Lhssen, che comodamente adagiato sul divano, sembra volerla condividere con noi. La visione si traduce in un gran divertimento: anche se non capiamo la lingua, la mimica degli attori è impagabile, e un po’ intuendo, un po’ facendoci raccontare da Lhssen, entriamo nel vivo delle intricate vicende, come quelle di ogni soap opera che si rispetti.

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Il tempo passa, e Lhssen sembra non pensare ad uscire di casa.

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Così Aurore prende l’iniziativa, e propone di fare un giro. Usciamo, Lhssen è la nostra guida.

Prima di uscire, però, la mamma di Lhssen ci agghinda come autentiche donne arabe, continuando a ridere con vivacità, e commentando con suo figlio:

Aurore, nel cortile della casa di Lhssen
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Autoritratto allo specchio

Passeggiamo dalla prima periferia di Agadir verso il centro, e lungo la strada Lhssen ci illustra quello che incrociamo.

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Vecchi hotel: Agadir è una località prettamente turistica.
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Esplosione di colori di bougainville!
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Il Jardim de Olmao era purtroppo chiuso…

Arriviamo nei pressi di un mercato coperto, e lì di fianco troviamo un grande cinema, sulla cui facciata campeggiano i ritratti di alcuni fra i più celebri attori marocchini, come ci racconta Lhssen: il cinema si chiama Rialto, come un piccolo cinema bolognese, come il celebre ponte veneziano.

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Ingresso al Marché Municipal, il mercato coperto

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Cinéma Rialto di Agadir, con i ritratti degli attori marocchini più popolari

 

Il Marché Central di Agadir è piccolo: si trovano soprattutto spezie e generi alimentari locali.

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Spezie ovunque, colori e profumi inconfondibili

Lhssen ci porta poi in un posto che sembra piacergli molto, e che crede possa essere anche di nostro interesse: si chiama Vallée des oiseaux, e si tratta di una sorta di giardino zoologico, dove molte specie di animali diversi (fra uccelli rari e mammiferi  originari dell’America del sud e dell’Asia) vivono in spazi non troppo ristretti, ma comunque dietro le sbarre, offerti allo sguardo dei passanti, che qui sostano anche per riposarsi sulle panchine immerse nel verde.

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La Vallée des oiseaux è un luogo di passeggio di numerose famiglie locali

Qui infatti si trovano anche diversi tipi di alberi, fra magnolie, bougainville (molto diffusa, come potete vedere in una foto sopra, anche per le strade della città). Come è naturale, non mi piace vedere queste creature dietro le sbarre: le fotografo, perché, anche se è un “lavoro” duro, ho deciso di documentare le condizioni di vita degli animali nel mondo. Pubblicherò le immagini in un articolo a parte, dedicato agli animali incontrati in Marocco; ne anticipo solo una, che potrebbe essere la copertina dell’album, per la sua forza espressiva.

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Vallée des oiseaux ad Agadir: un essere vivente scruta l’altro, la cui vita scorre dietro le sbarre.

 

Lhssen ci offre un cartoccio di pop corn, che io accetto, e ci dirigiamo verso il mare: ricordavo lucidamente il promontorio che guarda il mare di Agadir, le cui lettere maiuscole proclamano, tradotte: Allah patria e re. Dopo il primo viaggio qui, quando ero una ragazzina in vacanza con i miei genitori, ne avevo anche fatto un disegno, rapita da una passione bruciante, e da una conseguente profonda nostalgia al ritorno in Italia, per il Marocco…

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Il promontorio di Agadir, con la scritta a caratteri cubitali che recita: “Allah Patria e Re”, identifica Agadir nelle immagini turistiche
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Sul lungomare si vedono passeggiare molte famiglie, che arrivano ad Agadir anche da altre parti del Marocco, per fare vacanza

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Il vento, quella mattina, era davvero molto potente, e passeggiare sulla spiaggia impegnativo, ma allo stesso tempo affascinante quasi come una traversate nel deserto. La sabbia si intrufolava ovunque, come la zampina di una scimmia.

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La sabbia della spiaggia di Agadir era modellata in piccole onde da un vento fortissimo…

 

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Aurore e Lhssen mi precedono, mentre io rimango indietro per fare foto…

Abbiamo camminato a lungo accanto all’oceano Atlantico, che appena scorto mi aveva subito fatto girare la testa dall’emozione, come è inevitabile per chiunque ami profondamente il mare.

Come ultima tappa, Lhssen ci ha accompagnate al gran souk El Had  (“sunday market”) di Agadir: in genere si arriva ad Agadir per una vacanza di mare, spesso organizzata da un tour operator in un villaggio turistico, artificiale (turistico, appunto, come dice l’aggettivo qualificativo) e lontano dalla vita autentica e pulsante del posto.

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Un peccato, perché questo priva spesso di godere di piccole e gustose esplorazioni, come quella, in questo caso, del souk di Agadir, che, come in pochi sapranno, è il più grande del continente africano: qualsiasi cosa vi serva o stiate cercando, dai generi alimentari, all’abbigliamento, ai cosmetici, addirittura prodotti di tecnologia, qui potete essere sicuri di trovarla.

Prima di entrare al souk, ci siamo fermati in un negozio che vendeva miele, che in Marocco è un prodotto di buona qualità, ma non proprio a buon mercato. In genere nei negozi è possibile fare delle degustazioni, e scegliere la quantità desiderata, che viene venduta in recipienti di diverse dimensioni.

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Non  abbiamo avuto modo di girare il souk per intero, perché dopo una prima passeggiata e un the offerto da un venditore amico di Lhssen, abbiamo ricevuto la telefonata di Abdou, che ci annunciava che finalmente (dopo aver già posticipato di alcune ore) di lì a poco avremmo potuto incontrarci per partire verso Mirleft.

Avevo quasi esaurito la memoria delle mie schede fotografiche, e mi rimangono poche foto del souk. Rimane impressa soprattutto l’immagine delle grandi bancarelle di frutta e verdura, strabordanti colori come la natura morta di quadro fiammingo, una danza per gli occhi, un parco giochi per il talento di un pittore.

Ricordo anche i banchetti dei sarti che offrivano riparazioni di abiti, ai quali avevo una gran voglia di offrire lavoro, per vedere le loro mani in azione. Mi riprometto di tornare a fare un lungo giro al souk, in occasione della mia prossima visita a Lhssen e a sua mamma Kadija.

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Quando salutiamo Lhssen e Khadija, mi sento grata per questa splendida esperienza umana: Khadija ci saluta con il sorriso ridanciano del quale non si spoglia mai, come se ridesse affettuosamente del mondo in ogni istante della propria vita; Lhssen, che ha superato un po’ la sua timidezza con il passare del tempo trascorso insieme e la condivisione dell’esplorazione della sua città, sembra dispiaciuto per la nostra partenza, e al tempo stesso contento dell’ incontro vissuto.

Ci accompagna con il taxi fino alla stazione dei taxi dove prendiamo un secondo taxi collettivo che ci porta all’appuntamento con Abdou, poco fuori dalla città. Ci salutiamo con affetto, e quando incontreremo Abdou, lui riceverà una chiamata di Lhssen che si assicura che sia  tutto a posto. Grazie.

***

Cosa ho imparato dall’incontro con Lhssen e Khadija:

Umano è un aggettivo straordinario, che apre il lucchetto di qualsiasi limite ci siamo posti in passato. Grazie all’umanità, si attraversano i profondi fiumi dei nostri blocchi, fisici ed emozionali.

Ad Agadir, nella casa di Lhssen e Khadija, ho recuperato un promemoria che ha sempre fatto parte della mia biografia di essere umano.

 

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