Giorgio Gallavotti inizia la visita guidata al suo museo raccontando che il 6 Aprile 2014, in occasione della sua ultima intervista sulla Rai, rispose a un giornalista che gli chiedeva secco cosa fosse un bottone: “Il bottone è la memoria della storia: è stato in tutti i palazzi del mondo, dove si decidevano i destini dei popoli, è stato nelle carceri dove venivano martoriati i detenuti, e da maggio/giugno di quest’anno sappiamo che è stato anche nello spazio. Quindi “un bottone è in grado di raccontare la storia dell’umanità sotto tutti gli aspetti. Gli aspetti dell’umanità sono vizi e virtù”.
Il bottone è in grado di raccontare la storia dell’umanità in tutti gli aspetti, questo è il sunto con il quale il signor Giorgio presenta il grande progetto della sua vita, quello del Museo che ha creato a Santarcangelo di Romagna, dopo tante battaglie e con molta costanza e determinazione, nel 2008.
Volevo visitare il museo già tempo fa, ma l’ultima volta che ero stata a Santarcangelo l’avevo trovato chiuso, e mi ero ripromessa di tornare la prossima volta che fossi stata da queste parti.
E’ stata quindi una delle prime cose che ho fatto: sono passata dal Museo, arrampicandomi per le scalette che portano nel cuore del centro storico del borgo, e mi sono affacciata: il signor Gallavotti era lì, con un bel sorriso accogliente che spalanca le braccia ai visitatori-ospiti che passano di qui, semplici curiosi o viaggiatori consapevoli che mangiano cultura a tutti i pasti.
Gli ho detto raccontato quanto scritto sopra, aggiungendo che avrei voluto intervistarlo: non ha aspettato un secondo ad accettare, con cordiale piacere.
Il piccolo Museo del Bottone è uno scrigno di narrazioni che non lesinano forme e colori: quelle dei suoi piccoli abitanti, i bottoni che raccontano l’umanità e le sue storie attraverso la storia.
Non solo la Storia maiuscola, quella degli avvenimenti sociali e politici, delle rivoluzioni e delle cadute, ma anche la storia di tutti i giorni, che dipinge il microcosmo degli esseri umani che abitano il vivere quotidiano.
Il museo è diviso in tre sezioni che ripercorrono la storia del bottone attraverso quattro secoli, dal 1600 al 1900, sconfinando nel nuovo millennio. Le pareti delle due piccole stanze sono ricoperte di teche nelle quali sono racchiusi i preziosi protagonisti del museo.
Giorgio Gallavotti offre una visita guidata da lui stesso: in tre quarti d’ora circa, veniamo traghettati in un avvincente viaggio nella geografia e nella storia. Il cantastorie è lui, Giorgio, un appassionato cantore della vita, nei suoi piccoli importanti dettagli che si offrono come spicchi di specchio nei quali ritrovare, ognuno di noi, il suo riflesso nel volto dell’umanità collettiva.
Fra i tanti, facciamo conoscenza con:
Il bottone che è stato nello spazio: Gallavotti mostra le cartoline inviategli dagli astronauti Parmitano e Cristoforetti, che recano sul retro un bottone che ha passeggiato con loro nello spazio.
I bottoni delle divise delle hostess Alitalia. I bottoni del Tao, i bottoni con la foglia d’acero canadese.
Il bottone disegnato da Picasso per Coco Chanel negli anni ’20.
I bottoni dei nobili francesi che avevano salvato la testa, e che portavano bottoni con i personaggi della Rivoluzione Francese per disprezzarla, e quelli con i fregi della corona per l’elogio al regno.
Un bellissimo piccolo bottone dell’800 finemente rifinito, quasi come un dipinto fiammingo: un gatto davanti a uno specchio, ai suoi piedi un pavimento di parquet con venature lignee; una finestra con una tendina merlettata, incastonata in una parete rivestita con una tappezzeria fiorata con due tipi di fiori. Non manca nemmeno il battiscopa!
I raffinatissimi bottoni giapponesi dal design “insuperabile”.
Il bottone della trasmissione televisiva “Portobello”.
I bottoni “di piombo” e di jeans degli anni ’70, che fanno compagnia al bottone che dice: “Attenzione, vietato l’accesso alle persone non autorizzate”.
Il bottone – bussola per orientarsi nella confusione degli anni dei grandi sommovimenti e cambiamenti.
Il bottone della pace.
Apprendiamo che:
Nel mondo antico bottoni sono preziosi, hanno valore economico.
Nel mondo moderno sono le donne che portano i bottoni.
Il bottone si addice al gioco della seduzione.
Nel mondo antico erano gli uomini, a portare i bottoni (molti: da 50 a 200 bottoni): più ne avevano, più ostentavano potere.  Francesco I Re di Francia nella prima parte del XVI secolo fece cucire 13600 bottoni d’oro sulla sua veste per l’incontro con il sultano; i bottoni parlavano per lui, per far passare il messaggio “sono il più ricco”.
I bottoni possono essere di ostentazione, comunicazione, seduzione, provocazione, a luci rosse, gossip, da contrabbandiere, a lutto, superstizione, relative ai rapporti fra uomini e donne (bottone “molto birichino”, lo definisce il signor Gallavotti).
L’origine del detto“Questo è un altro paio di maniche”: le dame, quando si alzavano la mattina seguente alla gran sera”, dopo la colazione si tenevano impegnate nelle attività a loro consone (suonare il piano, ricamare); per la gran sera, si cambiavano le maniche, scelte fra le numerose paia assiepate in uno dei loro tanti bauli. Le maniche ampie e vaporose sostituivano le maniche strette usate durante il giorno: quando si entrava nella sala da ballo, si poteva ben dire “Questo è un altro paio di maniche”.
Il caso più eclatante di ostentazione di bottoni è quello di Luigi XIV, meglio conosciuto come “Re Sole”: vissuto fra la fine del 1600 e i primi del 1700 a Versailles, per i grandi ricevimenti di stato indossava vesti ricoperte di 816 bottoni in pietra dura e 1826 bottoni in diamanti (la sua pietra preferita); nella Sala degli Specchi risplendeva davvero come il sole.
In sintesi: i bottoni sono “piccole grandi opere d’arte”.
Giorgio Gallavotti è ormai un personaggio noto: hanno scritto di lui giornali nazionali e internazionali, ha tenuto convegni, lezioni e conferenze dal nord al sud dell’Italia, e addirittura una lezione all’Università della Moda di Rimini nel maggio 2011, dove ha affrontato la storia del ‘900, in ambito sociale, politico, del costume e della moda. attraverso la simbologia del bottone.
Racconta con un sorriso colmo dell’ironia che lo contraddistingue, che alla riunione dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei ha concluso il suo discorso con una brillante battuta a tema:“scusate se vi ho attaccato un bottone”.
Giorgio Gallavotti non ha dubbi: ogni bottone è una tessera del viaggio nella storia.
Da ora in poi, i bottoni degli abiti che indosserò mi parleranno sempre di questo piccolo viaggio in due stanze di Santarcangelo di Romagna tappezzate di racconti.
Qui di seguito l’intervista che è seguita:
Come e quando è nato il Museo del Bottone? Come ha fatto a recuperare tutti questi bottoni?
Io, mio padre e mia moglie abbiamo venduto bottoni per tutto il ‘900, in un’importante merceria. Mio padre negli anni ’20 ha rilevato un vecchio bazar che era chiuso da vent’anni. Dentro questo vecchio bazar, fra tante altre cose, c’era anche una parete di bottoni fine ‘800 – primi ‘900 in stile Liberty-Art Deco, che si chiamava Art Nouveau. L’Art Noveau disegnava oggetti di uso comune: molti di questi oggetti sono invenzioni e avvenimenti avvenuti nella società. Io negli anni ’80 ho iniziato a creare il Museo del Bottone, pensando al costume e alla moda, però siccome quando avevo 8 anni sentivo Radio Londra con mio padre – a casa nostra non sono mai mancati i quotidiani, settimanali, e soprattutto tanti libri di storia di personaggi che hanno fatto il mondo, che hanno cambiato il mondo e hanno lasciato un’impronta nel mondo – La nostra famiglia è stata sempre aperta al sociale, e tutte le mattine quando ti alzi, se non leggi un giornale, non senti un giornale-radio, o un telegiornale, sembra di essere fuori dal mondo. Io ho girato il mondo (come avevo detto prima), perché non abbiamo mai, io e mia moglie e i figli d’accordo, non siamo andati mai in oreficeria a comperare: la nostra oreficeria erano i biglietti aerei per girare il mondo….hai capito? Quindi ho cominciato da quella vecchia parete di mio padre a cominciare a creare il Museo del Bottone; mi sono trovato 10,15, 20 bottoni che mi facevano venire in mente gli ultimi avvenimenti della società. Ho capito una cosa: che la simbologia non è mai un caso. Quando qualcuno fa un disegno lo fa sempre in base a un qualcosa di ben preciso. Ed ecco che ho capito che si poteva raccontare la storia attraverso la simbologia del bottone. Quando ho aperto, fino al 1995, conoscevo solo il mio mondo, perché era quello del negozio. Poi, nel 1995 abbiamo creato – e di questo sono stato un fondatore – l’Associazione Collezionisti Italiani Bottoni. Avevamo la sede a Firenze, in una sede televisiva. E ci riunivamo 2-3 volte all’anno, e facevamo i cambi, come i collezionisti, oppure si comperava e via di seguito…e ho cominciato a conoscere il mondo antico, che non pensavo mai che fosse così, veramente eccezionale.
….Infatti una domanda che volevo proprio farle, è di cosa può essere per le simbolo un bottone….L’ho pur detto, l’ho detto prima: la memoria della storia.
…sì, infatti, l’ha detto, era proprio una domanda che mi ero preparata…
…la memoria della storia, e anche uno status symbol, diciamo così….sono più cose…e anche la seduzione (se ritorni ti racconto la storia con i bottoni in stile liberty che erano lì…e alla fine andiamo a vedere la seduzione la provocazione…attraverso il gioco del ventaglio.)
Ah sì, l’ho sentito, perché ho preso l’Audio Guida (n.b.: di Cristian Chironi )
…c’è il ventaglio, con il bottone, c’è un bottone con il ventaglio. E abbiamo fatto bingo, perché in 8 anni abbiamo superato i 350.000 visitatori. Abbiamo 50 bottoni di nazioni straniere, arrivati da tutto il mondo, quando avevamo aperto ne avevamo ottomila e cinque, adesso andiamo ai 13000, (due sono arrivati anche dallo spazio), ma abbiamo anche su 196 nazioni che ci sono nel mondo, noi abbiamo … di 143 nazioni e gli Stati Uniti sono stati contati per una nazione. Abbiamo articoli sui giornali di undici lingue straniere, quindi quando viene un cinese, un russo, un turco, un….ehhhh….aspetta (un giapponese?) no, un bulgaro anche….no un giapponese non ce l’ho, ce l’ho in cinese…oppure i portoghesi, i brasiliani, leggono gli articoli sui loro giornali. Oltre alle lingue classiche: francese, inglese, spagnolo, e via dicendo.
E lei ai visitatori che vengono qua cosa desidera comunicare?
Bhé, io, prima di parlare, cerco di capire la personalità della persona. Poi vedo se sono disposti, se sono venuti apposta, come voi altri, a conoscere il Museo del Bottone, io racconto anche tutto. Se no si va un pochino più radi nel raccontare.
Sente che questo suo progetto sia per lei una forma di espressione, qualcosa di creativo?
Senz’altro. Questo è un Museo. Uno l’altro giorno ha scritto una dedica che è bellissima (va a cercare la dedica nel Libro degli Ospiti)…non l’ho sottolineata, ma è bellissima…adesso non la trovo, sempre così….ecco qua: “Creare vuol dire realizzare opere d’arte che nel tempo raccontano la storia. Complimenti per l’impegno e la passione”.
Creare vuol dire realizzare opere d’arte (ripete…)
Tutto quello che c’è qui dentro, al di fuori della sedia e di quel quadro là che sono stati regalati, ho creato tutto io, tutti i disegni li ho fatti io….
Quindi per lei è una forma di creatività…
E’ la mia espressione, il modo di comunicare con gli altri. Presentare le cose in una determinata maniera…quella serie di bottoni presentarla in quel modo, un’altra serie presentarla in un altro modo.
Quindi si può dire che la creatività sia anche la comunicazione…
E’ logico.
Lei è originario di Santarcangelo…
Ho un bottone del 1830 che si collega con la mia famiglia. Ti dò il foglio, c’è anche il bottone…perché è troppo lungo da raccontare. Tu do l’articolo che è apparso sui giornali (n.a.: va a cercarlo).
Questo è l’articolo che è apparso sul giornale, e questo è il comunicato che ho mandato al giornale, e poi dopo ha tirato fuori quell’articolo.
Quali sono i luoghi di Santarcangelo che ama di più?
Io soprattutto amo i veri Santarcangiolesi, che sono i luoghi di Santarcangelo. Per il semplice fatto che i Santarcangiolesi sono veri romagnoli, perché sono aperti, danno subito del tu a tutti….sono espansivi, ed accoglienti, molto accoglienti.
Quindi anche vivere in un posto così raccolto, piccolo, è bello…
Sì, adesso ci siamo “imbastarditi” un po’. Quando eravamo ragazzi ci trovava nel bar, giovani, vecchi e anziani, e avevamo tutti la stessa età!
Com’è l’incontro con chi viene da fuori?
Il parlare, fare entrare la gente, è una cosa bellissima. Il rapporto umano….(n.a.: si interrompe per farmi vedere un bottone)…Perché la vita è il rapporto fra persone, non il rapporto fra cose e persone.
Una domanda che per me è collegata con il discorso dei rapporti….cos’è per lei “casa”?
La casa? E’ la cosa più bella che ci sia. Il rapporto della la famiglia, e soprattutto è il rapporto fra le mamme, i babbi, i figli, i nipoti, tutto. E’ la cosa più bella che ci sia. Deve essere un luogo dove si parla di tutto: si deve tenere spenta la televisione, e si parla. Io a casa mia, aspettavamo, io e mia moglie, avevamo il negozio, arrivavamo a casa all’una, magari i ragazzi, uno arrivava all’una e mezzo, l’altro arrivava alle due dalla scuola, aspettavamo a mangiare l’ultimo. Poi si metteva la clessidra, perché ognuno deve raccontare quello che è successo in quella vita. Ancora adesso, che io ho ottant’anni, e i miei figli ne hanno cinquanta e più, però il rapporto è bellissimo, insomma.
Soprattutto adesso in questo periodo, che sono rimasto da solo, perché io sono venuto su da mia moglie, che è in clinica, e adesso quando vado a casa mi faccio da mangiare, sono da solo e sempre tutti i giorni ho contatto coi figli, gli chiedo come stanno come non stanno. Sia la figlia che la nuora, due tre volte alla settimana: “Giorgio vieni a mangiare da noi stasera”, e via di seguito…hai capito…dopo lì si parla di tutto e di più.
Grazie davvero, perché al di là del museo che è bellissimo, la cosa più importante è stata ascoltare i suoi racconti e i suoi spunti…
Se vuoi ti faccio vedere una serie di bottoni in stile Liberty-Art Deco.
e mi accompagna in un colorito viaggio fra bottoni dalle forme più fantasiose e inaspettate, uno per ogni personalità, per ognuno una piccola storia diversa; racconta l’uso del  ventaglio come alfabeto morse che aiuta la comunicazione amorosa e la seduzione, integrato da un affresco della codificazione dell’”appuntamento” come lo immagina lui (dopo essersi chiesto:“Ma tu Giorgio, se fossi stato un uomo del ‘700 come avresti fatto per andare a leggere le avventure di D’Artagnan?”).
 
 
Giorgio Gallavotti racconta con un gusto contagioso, come l’appetito: ci invita a una tavola imbandita da lui stesso, una volta seduti alla quale è impossibile non “favorire”.
 
 
Cosa ho imparato dall’incontro con Giorgio Gallavotti: 
 
La Passione è contagiosa. Quella con la maiuscola, quella che funge da energetico naturale della sveglia mattutina, quella che ci fa parlare come un mare in tempesta, e ci rende luminosi. Quando poi incontra un animo semplice e generoso, dà vita a qualcosa che rende indelebile il ricordo di un incontro umano
Questo è il successo di Giorgio Gallavotti, al quale auguro lunghe file di persone desiderose di ascoltare i suoi racconti, davanti all’ingresso del suo piccolo grande Museo, nell’incantevole borgo nel quale è nato.
“Il bottone è il confine immaginario e fisico fra il mondo esteriore e il mondo interiore” 
(Giorgio Gallavotti)

5 thoughts on “Il Museo del Bottone di Santarcangelo di Romagna – Incontro spumeggiante con Giorgio Gallavotti”

  1. un oggetto così piccolo che ha fatto e fa ancora la storia della moda nel mondo. Io personalmente li adoro e li uso anche molto come accessorio. Questo posto mi sembra incredibilmente interessante da visitare

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