Monte Rosa
Il Monte Rosa (un po’ nascosto fra le nuvole) dal balcone della mia mansarda, in montagna

Quanti di voi viaggiatori amano la Montagna?

Magari siete alla ricerca di nuovi paesaggi di montagna da scoprire. Vi racconto il mio rapporto con la Montagna. Con la condivisione di un’esperienza molto personale nell’incanto del Monte Rosa.

 La Montagna. Un essere vivente e pulsante, il cui volto mi accompagna fin da quando, bambina, i miei genitori scoprirono i dintorni di Macugnaga, nella Valle Anzasca, località rinomata fin dal Settecento.

Qui abbiamo una piccola mansarda che ci dona la visione del Monte Rosa, noto per la sua morfologia come l’unica catena montuosa di tipo himalayano in Italia.

Il Monte Rosa è una creatura dalla corporatura imponente: 2600 metri di roccia e neve, che dalle sue altezze ci guarda sorniona e altera, a seconda delle giornate. Il Monte Rosa è secondo solo al Monte Bianco per altitudine.

La nostra mansarda si trova in una frazione a circa venti minuti di macchina da Macugnaga, vicino al paese di Vanzone: un agglomerato di case dai tetti di pietra sparse fra l’asilo, la chiesa, il bar, l’edicola, i due negozi di alimentari, la farmacia, e un piccolo museo.

Sembra che gli edifici siano scolari indisciplinati che si disperdono qui e là durante una gita scolastica.

Paesaggi - di - montagna

Paesaggi - di - montagna

Paesaggi - di - montagna

Paesaggi - di - montagna

 

Qui ho trascorso da piccola giornate estive all’insegna della creazione e dell’immaginazione, giocando con foglie e sassi che assumevano ruoli da comprimari, in un teatrino interiore che, forse, preparava l’attrice che sarei stata per lunghi anni. Qui in inverno ho imparato a sciare, supportata dall’incoraggiamento del papà.

Il Monte Rosa mi guardava, sempre.

Il rapporto con la montagna è stato variabile nel tempo: ricordo che, da bambina che soffriva della difficoltà a trovare amici a lei affini, avrei desiderato vivere raccolta nel grembo della montagna almeno per un anno scolastico. Andare a scuola qui, svegliarmi e addormentarmi fra le braccia di una montagna che doveva apparirmi rassicurante, nel suo essere schiva come me.

In altri anni, come un’adolescente con la madre, ho fatto esperienza del distacco, attribuendo alla montagna una malinconia che viveva dentro di me. Rifuggivo dalla malinconia, e al tempo stesso in lei mi crogiolavo: conseguenza era che cercavo di sfuggirle in modo maldestro, senza darle il tempo di finire la frase che mi stava sussurrando alle orecchie.

 

Nel periodo della vita nella quale si inizia a distillare le esperienze raccolte, mi sono riavvicinata alla Montagna. Lei è sempre rimasta lì, atarassica come tutti gli elementi di Natura diversi dall’essere umano.

 

Ora che sono una donna, e coltivo la mia Donna interiore, per restituirne il ritratto sulle labbra e negli occhi, la Montagna mi è compagna. Uso il genere femminile del sostantivo italiano per nominarla, ma come il mio amato, il Mare, la ritengo un essere androgino che racchiude in sé la fusione armoniosa dei generi.

A volte è femmina, madre amorevole o severa, altre volte è maschio, massiccio nel corpo che con la sua  forza accarezza e protegge.

 

Una piccola grande avventura iniziatica

Questa estate ho deciso di realizzare un piccolo progetto di esplorazione e avventura che era rimasto in sospeso: raggiungere a piedi, da sola, l’Alpe Pedriola, e trascorrere una notte al Rifugio Zamboni Zappa(2070 m), un tipico rifugio di montagna che unisce comfort e buona cucina casereccia (con alternative vegane), in una cornice naturale impagabile.

L’Alpe Pedriola è una delle più antiche di Macugnaga, come risulta da una citazione trovata in una pergamena del 999.

 Il desiderio era quello di compiere un’azione simbolica: attraversare la morena del ghiacciaio, arrivare in alta montagna, e superare i miei limiti fisici e interiori. Ma non solo: desideravao una stellata di cui colmare gli occhi, nel pieno e rotondo silenzio di una notte alpina, più vicina che mai al corpo della Montagna. Io e Lei.

L’ho fatto. Superando la pigrizia e ogni piccola scusa che mi avrebbe trattenuta.

 

E’ stato un viaggio. Concentrato in un giorno e una notte fra andata e ritorno, ma denso di accadimenti, interiori ed esterni –  interior ed exterior  coincidono  e si abbracciano – che lo hanno reso un’avventura in miniatura da riporre in tasca e portare in giro con me, come promemoria della forza della volontà.

 

La “traversata” è stata preceduta, e “benedetta” , da un meraviglioso concerto in alta quota, organizzato dall’Associazione Musica in quota, in località Belvedere (1914 m), luogo di transito – ma anche di piacevolissima sosta – che precede l’inizio della morena.

Si può arrivare al Belvedere a piedi, oppure con la comodità di una piacevole e sempre elettrizzante salita in seggiovia, che permette di ammirare il paesaggio ad altezza di volo.

Macugnaga Monte Rosa

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Macugnaga Monte Rosa
Viaggio in Seggiovia da Pecetto al Belvedere, attraverso le bellezze dei paesaggi di montagna

Sergio Scappini, uno dei solisti più noti della fisarmonica a livello nazionale e mondiale, ha suonato brani delle più belle colonne sonore di Ennio Morricone e di Astor Piazzolla, oltre a altri celebri brani della tradizione operistica e folcloristica. Il suo è uno strumento molto particolare: una fisarmonica che in sé racchiude la possibilità di produrre suoni di altri strumenti (chitarra, violino, ecc), con risultati strabilianti, che creano un’atmosfera magica e molto potente.

Con me ci sono i miei genitori: pranziamo insieme, e dopo un momento di riposo con gli occhi adagiati sul panorama mozzafiato del Belvedere, li saluto. Parto.

Luigi e Paola
I miei genitori, in un brindisi

 

Gaia
Io, al Belvedere, prima di partire.
Monte Rosa
Il luogo migliore dove far riposare lo sguardo
Dal Belvedere all'Alpe Pedriola - Il cammino ha inizio
Dal Belvedere all’Alpe Pedriola – Il cammino ha inizio

 

Arrivata ai piedi della morena glaciale, nascono i primi dubbi. Era da tanto che non percorrevo questa strada, e non riesco a capire quale sia il sentiero giusto. Poi qualcuno arriva in aiuto, e me lo indica.

Non ho più scuse: se un attimo prima ero stata presa dalla tentazione di tornare indietro, ora non ho che da andare avanti, un passo dopo l’altro, un piede che segue l’altro, lo sguardo attento ma rilassato.

La morena è l’accumulo dei detriti rocciosi trasportati da un ghiacciaio (in questo caso quello del Belvedere). Risultato visivo è un piccolo solco lunare, che al passaggio dei camminatori emette suoni spigolosi.

Morena glaciale

La Morena Glaciale, qualche estate fa
La Morena Glaciale, qualche estate fa

Attraversare questa morena è un piccolo rito di passaggio. Decido che è segno di un mio traguardo, il primo superamento di uno dei miei limiti.

Morena glaciale
La Morena, vista dall’altra parte: primo passaggio superato!

Oltrepassata la prima tappa, si prepara una lunga strada – il cammino dura circa 45’ / 1 ora – lungo uno stretto sentiero che corre sul fianco della montagna (sarebbe più esatto dire “sulla cresta”).

Cresta della montagna
Lungo la strada, la cresta della montagna

Al fianco di chi cammina resta sempre la bellezza inquietante dello strapiombo, dove la vita, tenace come sempre, attecchisce e fiorisce in esemplari di fiori e piante che nei loro piccoli volti portano in scala ridotta i tratti della grande madre Montagna.

La camminata – fa caldo, nonostante sia pieno pomeriggio – è faticosa, dopo tanto tempo che non percorro questo sentiero, ma non demordo. C’è qualche compagno di cammino, sparso qui e là lungo il corpo della montagna, ma per lunghi tratti non incontro nessuno, e riempio il mio viaggio solitario di sudore, pensieri rarefatti, e una sensazione di mancanza e solitudine che ha iniziato a parlarmi all’inizio del percorso, e di cui ogni tanto torna l’eco.

Scatto foto delle tappe di avvicinamento, faccio qualche breve pausa di riposo. Inizia a profilarsi la sagoma del rifugio, che mi sogguarda sorniona dall’alto. Ci sono, quasi. Appoggio lo zaino e il sacco a pelo, per l’ultimo scatto. Un ritratto alla casupola che accoglierà la mia notte in alta montagna.

Rifugio Zamboni Zappa
Il Rifugio Zamboni Zappa mi osserva dall’alto, mentre mi avvicino

 Il resto del viaggio è contemplazione e incanto. Con un incontro.

La salita alla cappelletta, che mi avvicina ancora di più al corpo del Monte Rosa. Arrivo qui incrociando fiori e piante meravigliosi, fra cui una sorta di soffione di montagna.

Paesaggi - di - montagna - fiori

Paesaggi - di - montagna - fiori

Paesaggi - di - montagna - fiori

Paesaggi - di - montagna - fiori

Paesaggi - di - montagna - fiori
Incontri con meravigliosi esseri viventi
Paesaggi - di - montagna
La cappelletta, sulla cima della cima
Paesaggi - di - montagna
Dettaglio: stelle alpine decorate su una piastra della cappelletta
Paesaggi - di - montagna
Il Rifugio Zamboni visto dall’alto

Qui, alta e piccola allo stesso tempo, resto in ascolto. La Montagna parla, ha una voce. Quella delle pietre che si sgretolano e rotolano lungo il suo corpo, quello del silenzio carico che viaggia attraverso l’elemento Aria, prendendo dimora nel suo corpo sottile e rarefatto, creando echi lunghi come nuvole sfilacciate.

Paesaggi - di - montagna

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Socchiudo gli occhi, e ascolto i singulti e le sillabe emesse dalla voce della Montagna

La Montagna, vista da vicino, inquieta. Parla di vita, ma anche della sua prosecuzione nella dimensione altra chiamata impropriamente morte. Suggerisce la vanità dei pensieri pesanti, e sa farlo nonostante il suo massiccio corpo che ci avvolge.

Paesaggi - di - montagna

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Il volto della Montagna, vicino al mio

 

La mia stanza è lunga e stretta, con tre letti a castello di cui solo uno è occupato, da me. Un guardaroba di legno e una panchetta con appendi abiti sopra di lei. Un piccolo lavabo e uno specchio; a fianco una finestra stretta e bassa che guarda sul prato e su parte della catena montuosa, e lascia filtrare poca luce. Siamo in un rifugio di montagna, qui tutto è essenziale, ruvido e di poche parole. Come deve essere. Come è bello che sia.

Paesaggi - di - montagna

Le ore, che inizialmente sembravano lunghe davanti a me, scorrono snodandosi con naturalezza, una dietro l’altra, silenziose e interrotte dalle grida dei bambini che giocano sul prato.

Mangio qualcosa, scrivo, leggo. Attendo il buio per esplorare la notte stellata, che qui mi aspetto essere sontuosa: le mie aspettative non rimangono deluse.

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Tramonto al Rifugio Zamboni

Il tappeto celeste ha il profumo di una stoffa di broccato punteggiata di filigrana d’oro. Le stelle cadenti, che si erano nascoste durante la Notte di San Lorenzo, devono avere dimora qui, e avere l’abitudine di compiere le loro eleganti evoluzioni in alta quota, racchiuse in questa corona di monti.

La notte è popolata di suoni sommessi, scricchiolii, parvenza di passi. Sogni scomposti, che intervallano lunghi momenti di dormiveglia che non favorisce il riposo, ma popola la mia notte di sensazioni affastellate dal sapore acidulo.

All’alba, nonostante tutto, balzo in piedi (ancora, con un piccolo sforzo di volontà). Con il viso rinfrescato dall’acqua del piccolo lavabo, mi accoccolo su una roccia, e partecipo allo spettacolo dell’aurora, che dispiega le sue lunghe dita rosate su ogni cosa: monti, vallate, rocce, prati. E sul mio volto assonnato e affascinato.

Paesaggi - di - montagna

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Paesaggi - di - montagna
Visioni – fotogrammi del risveglio del Sole sulla Montagna

Sono paga di ciò che desideravo trovare qui, ma come sempre, la cosa più bella è l’inaspettato, che io accolgo sempre a braccia aperte, lasciando mente e cuore flessibili.

Mentre sorseggio un caffè e prendo appunti seduta a un tavolo della sala da pranzo del rifugio, qualcuno mi chiede – se non sono indiscreto – cosa io fotografi. E’ evidente che sono stata osservata, e del resto spesso appaio come un animale strano e selvatico.

 

Così faccio la conoscenza di Maurizio Scudeletti, alpinista e scrittore, ma anche autore di un film documentario girato fra queste montagne, che ha ottenuto importanti riconoscimenti.

Maurizio Scudeletti
Maurizio Scudeletti

Dice che anche lui fotografa, e scrive. Mi parla del progetto di un concorso artistico con tema la montagna che vorrebbe organizzare per il prossimo anno, esponendo le opere vincitrici al rifugio Zamboni Zappa.

Maurizio Scudeletti
Maurizio Scudeletti, Rifugio Zamboni Zappa

Parlando con Maurizio si ha la sensazione che ogni cosa che dice sia schietta, priva di fronzoli, e che nasca da esperienze di vita vissuta. Mi parla del suo libro, La via degli Angeli, in vendita qui al rifugio con l’obiettivo di donare i proventi ai bambini del Nepal. Alla fine mi fa dono di un volume, che sfoglio con curiosità: brevi racconti delle sue scalate solitarie, inframmezzate da immagini in bianco e nero e poesie piccole come haiku. Un dono graditissimo, prezioso, che mi rende felice.

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“La via degli angeli” di Maurizio Scudeletti

Il libro si legge con grande piacere: le parole di Maurizio arrivano subito, senza fare giri astrusi; è come se fossimo seduti ad un tavolo di legno insieme a lui, che racconta del suo lungo e profondo rapporto con gli elementi naturali, con la Montagna.  Lo fa donando una parte di sé molto intima, insieme alla condivisione dei pensieri che lo hanno accompagnato nelle sue scalate più difficili e significative.

“Ho respirato l’aria delle vette, il silenzio di canaloni ghiacciati. Mai nessuno potrà scoprire dove riposa il richiamo dell’anima” (Maurizio Scudeletti)

In più, scrive bene, molto. Coltiva il gusto della parola, così importante per un lettore appassionato.

 

La scalata al Lago delle Locce si conclude per me prima dell’arrivo a destinazione: sono partita con l’impaccio di una borsa di tela e della macchina fotografica senza custodia (lasciano lo zaino al rifugio). il sentiero è ripido in alcuni tratti, e temo non tanto per la mia incolumità (ero arrivata a un passo dalla meta: è una camminata fattibilissima con un po’ di attenzione), quanto per quella della mia preziosa macchina fotografica.

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Decido che anche questo è un insegnamento: capire quando è il momento di fermarsi,avere cura dei propri ritmi, non forzarli, e non forzarsi a superare ogni limite in una volta sola. A dimostrazione che ciò che conta è il viaggio, più della destinazione, lungo la strada godo di scorci di incredibile bellezza. La bellezza aspra della Montagna, che si mostra, ancora di più da grandi altitudini, con tutta la fascinosa noncuranza che le si addice.

Al ritorno riposo un po’ con i piedi nel ruscello, godendo del contatto con l’elemento che più di tutti mi calma e mi culla, con il suo corpo e la sua voce: l’Acqua. Poi appoggio la testa nel prato, gli occhi che riposano sul cielo.

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Paesaggi - di - montagna

E’ venuto il momento di tornare a terra. Ce l’ho fatta.

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Cosa ho imparato: Allenare la forza di volontà, sempre. Credere, avere fiducia. Mantenere sempre, in viaggio e nella vita quotidiana, la flessibilità della mente e del cuore. Aprirsi con buon senso all’inaspettato. Accogliere il meglio di ogni incontro, imparare dall’altro.

 

 

Strumenti di organizzazione del viaggio:

 Macugnaga

www.macugnaga-monterosa.it

Monte Rosa Star  (Stazione seggiovie)

Piazzale Funivie 9, Macugnaga (località Precetto) – 032465060

 

Rifugio Zamboni –Zappa

www.rifugiozamboni.com – 032465313

 

 

One thought on “Paesaggi di Montagna: camminata iniziatica nell’incanto del Monte Rosa”

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