Il movimento fa circolare il sangue nel cuore. In tutti i sensi.
Rimanere nel flusso continuando a nuotare, con un respiro dal ritmo regolare. A volte il respiro viene meno, oppure incespica e viene mozzato. Allora si rischia di affogare.

Anche se si fa fatica a crederlo, affogare può essere una benedizione necessaria per poter nuotare, ancora. Rimanere a galla facendo il morto è molto più rischioso.
Quando si affonda nelle acque più scure e profonde, ci si immerge in una altrettanto profonda purificazione. Restare è allora l’unico movimento possibile.
Per poi riprendere ad andare.

Io e F. esploriamo l’isola agganciando l’amo a piccoli spunti di interesse che diventano puntelli a cui arrivare con un sorriso di meraviglia. Da cui avere voglia di ripartire. Perché l’essenza del viaggio è nel suo camminare e camminarci, a prescindere dalla meta. Che può mutare, per un improvviso, fortunoso e fortunato perdersi in qualcosa che non si conosce.

Il monastero ortodosso di Paleokastritsa è accoccolato su un promontorio che tuffa lo sguardo sul mare. Fondato nel 1228, assunse la struttura attuale nel XVIII secolo.
Rileggo nel mio diario di viaggio che la grandiosità di queste immagini marine mi ha fatto affiorare alla memoria il belvedere del Peñon del santo di Almuñécar, in Andalusia.

 

(F.)

 

(F.)

Si entra da un piccolo ingresso riparato, e chi non è abbigliato in modo “consono” viene invitato a indossare una delle variopinte gonne messe a disposizione dei visitatori: F. ne sceglie una a fiori su fondo color cioccolato, e sembra che insieme alla gonna indossi un po’ del profumo di questo luogo così particolare.
Veniamo accolte da rigogliosi fiori color rosso intenso aggrappati al porticato di calce bianca. Ci rinfreschiamo sedendoci in contemplazione.
Saliamo al piano superiore, ed è come aggirarsi in una piccola cittadella immersa nella pace.

 (F.)

Qui si trova una piccola e suggestiva cappella. Ho sempre amato le chiese ortodosse, per l’essenzialità dei loro spazi, e il profumo che sprigionano. Questa è piccola piccola, dal colore dorato che barbaglia in penombra, insieme alle candele alte e sottili.
La gioia esplode incontrollata alla vista di una nidiata di gattini insieme alla loro mamma. Uno diverso dall’altro, e uno più bello dell’altro. Un gruppetto di bambini eccitati fa capannello attorno a loro. Io non ho un attimo di esitazione: li prendo in braccio con trasporto, e li avvicino al viso.

 

 

 

 

***

In bicicletta verso il paese di Lakones, sopra Paleokastritsa. La salita è piuttosto impegnativa, ma il viaggio con i suoi doni ripaga della piccola fatica. Boschi di ulivi e una natura rigogliosa ci fanno sostare più volte a scattare foto o restare semplicemente in ammirazione.

 

(foto di Francesca Micciulli)

 

Lakones è un paesino a 4 km da Palekastritsa, ad un’altitudine di 182 metri. Leggo che le abitazioni di pietra che lo punteggiano sono del XVIII/XIX secolo.
La strada che conduce qui permette di ammirare bellissime visioni delle baie di Paleokastritsa, fino al belvedere offerto in premio una volta arrivati a destinazione: non per niente Lakones è nota anche come “Bella vista”.
Lungo la strada incontriamo un emporio: olio, vino, prodotti a base di olio d’oliva, souvenirs. Chiediamo della taverna O’Boulis, famosa da queste parti, di cui ci hanno parlato. I negozianti ci indicano una panetteria, in cima, accanto alla quale avremmo trovato la taverna. Lasciamo le biciclette, e proseguiamo a piedi.

Troviamo chiusa la taverna, ma come sempre succede, l’imprevisto è creativo, e la piccola panetteria-caffè-emporio, gestita da un’anziana signora e suo marito, si rivela una splendida alternativa.
Facciamo colazione per la seconda volta sulla terrazzina che guarda su uno splendido paesaggio dagli occhi blu d’acqua: il mare è lì sotto, e ci sorride.

 

 

Incrociare un frammento della vita di uno sconosciuto. Incrociare i sorrisi. Condividere lo spazio di alcuni momenti. La signora sorride, sembra serena, qui. Con il suo piccolo caffè, un compagno di vita, e il mare che occhieggia dalla baia distesa all’ombra del suo paesino dalla Bella Vista.

Traditional Cafè – Bakery  Bakalokafenio – Mixalàs X.
Lakones – Corfù

(di fianco alla taverna O’Boulis)

***

Ci mettiamo in cammino per un’altra esplorazione, con una meta in testa insieme alla disponibilità a barattarla con ciò che ci offrirà il cammino e la fantasia del perdersi.

 

 

La destinazione potrebbe essere Liapades, dove si trova un’altra bella spiaggia corfiota.
Ulivi che punteggiano sponde di strade assolate, leggere la lingua greca nel suo alfabeto originale, pedalare senza affanno.Bellezza.

 

 

 

 

 

 

 

Non arriviamo alla spiaggia, ma troviamo altro.
Una piccola frazione, quattro case disposte ordinatamente, l’occhieggiare della scritta di una scuola (demotiko skoleio), e l’insegna della filarmonica locale (Filarmonike Liapadon).
Una casa abbandonata, rovina a cielo aperto. Sdentata, spudorata nella sua vecchiaia che si è lasciata andare per la malattia dell’abbandono, che colpisce esseri viventi ed esseri inanimati.

 

 

 

Immagino quali storie possano racchiudere, chiuse come conchiglie fra i pori dei loro muri. Immagino la vita delle persone che abitano qui, che si sono create la loro quotidianità spendendo energie, desideri, sentimenti.
Saltandoli a piè pari, a volte. Altre volte brindando alla loro conquista con un bicchiere di spumante colmo e spumeggiante.

***

Bruce Chatwin
o del vagabondare

Ho amato tantissimo la sua figura e i suoi libri,
ai tempi della scuola,
quando già l’urgenza del viaggio bruciava.
Viaggiatore per antonomasia, nasce in Inghilterra (Sheffield, Yorkshire) nel 1940, e inizia a viaggiare durante gli anni dell’università, dopo una breve esperienza nella famosa casa d’aste londinese Sotheby’s.
Inizia a collaborare con il Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, e questo gli consente, ancora, di viaggiare e viaggiare.
Fino al viaggio decisivo, quello in Patagonia, dal quale nascerà il suo libro più celebre (In Patagonia), e che segnerà la fine del rapporto di lavoro con il Sunday.
I suoi libri sono un’immersione completa nell’ebrezza del viaggio. Un viaggiatore, che sia nomade o stanziale, può riuscire a berli tutti d’un fiato, ed averne ancora sete.
Bruce Chatwin scrive perchè non può farne a meno. Deve imprimere nella roccia della memoria scritta ciò che ha avuto la fortuna di condividere con il mondo. Il suo rendersi conto di essere mondo lui stesso, come gli altri. Come noi che siamo gli altri e Chatwin stesso.
Leggere Chatwin è leggere la nostra spinta, tenerla bene a mente, riscaldarla per non farla morire, e poi prendere la rincorsa.
Siamo sempre in viaggio.

 

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